Un'estate quasi tranquilla

Ci siamo presi forse una pausa un po’ più lunga del solito, ma abbiamo pensato di tornare nelle vostre caselle solo quando la riapertura politica avesse messo un po’ di carne al fuoco. Il clima elettorale è già caldissimo, con le regionali delle Marche e della Valle d’Aosta di questo fine settimana.
In Valle d'Aosta sono speciali e i risultati hanno confermato la vittoria dell'Union Valdôtaine senza molte ripercussioni nazionali. Mentre il risultato ampio dell’uscente Acquaroli (FdI) sembra aver preso in contropiede il centrosinistra: le Marche parevano l’unica regione in bilico di questa tornata autunnale e il risultato scadente spegne un po’ l’impeto di rincorsa delle opposizioni, rafforzando il centrodestra. Ma le analisi più approfondite devono attendere i risultati definitivi, che a noi, al momento, mancano.
Nel frattempo anche il Parlamento ha ripreso i propri lavori e il rientro non è stato graduale:
il ritorno caldo per il Governo;
tappe forzate per le riforme;
salario non minimo.

Il Parlamento aveva chiuso la propria attività a fine luglio in un clima, come dire, vacanziero. Dopo la nostra ultima puntata, i lavori si sono concentrati sulla conversione degli ultimi immancabili decreti-legge in scadenza, mentre tutti i dossier più rilevanti venivano rimandati a settembre.
L’unica vicenda che ha un po’ movimentato il panorama estivo è stata la conversione del DL Sport, che ha richiesto una inconsueta seconda lettura alla Camera: il Presidente della Repubblica aveva velatamente manifestato la propria contrarietà a un articolo del decreto, che era stato poi confermato dalla Camera nonostante il monito presidenziale, creando una certa tensione. Meloni ha preferito evitare lo scontro, che avrebbe potuto portare a un rinvio al Parlamento della legge di conversione, e la Camera è tornata sulle proprie scelte in seconda lettura.
Meloni sperava che anche il rientro le concedesse una certa tranquillità, ma il clima politico si è presto scaldato. Il Governo, che pianificava una lunga campagna elettorale per le regionali da qui fino novembre, si è trovato invischiato nelle vicende internazionali. Se l’omicidio di Charlie Kirk aveva permesso alla premier di calcare sulla retorica della libertà di pensiero e della violenza della sinistra, con tanto di alquanto surreale commemorazione del podcaster americano alla Camera, il genocidio in corso a Gaza ha causato un problema di posizionamento internazionale al Governo.
Dopo la decisione di molti Stati europei di riconoscere lo Stato di Palestina, Meloni si è trovata sempre più isolata nel tentativo di seguire la linea di Trump di sostegno a Israele. Il cambiamento del clima internazionale (che potrebbe portare anche alle simboliche esclusioni di Israele dalla FIFA e dall’Eurovision, decisioni impensabili fino a pochi mesi fa) ha alla fine obbligato Meloni a riconoscere la sproporzione della risposta di Israele all’attacco di Hamas di ormai due anni fa.
In più, l’attacco subito in acque internazionali dalla Global Sumud Flotilla, che ospita diversi cittadini italiani tra cui quattro parlamentari, ha obbligato il Governo a inviare una fregata della Marina a loro supporto per garantirne l’incolumità. In audizione alla Camera e al Senato, il Ministro della Difesa Crosetto si è detto però molto preoccupato per le possibili conseguenze della pianificata forzatura del blocco navale imposto da Israele nelle acque di fronte a Gaza.
Il Governo si è quindi trovato suo malgrado invischiato in una vicenda che voleva tenere sullo sfondo, su cui non ha il controllo e su cui sente un fronte di opposizione ampio e costante. Gli scioperi e manifestazioni dello scorso lunedì hanno infatti fatto breccia anche sui media tradizionali, nonostante il tentativo governativo di focalizzarsi sui pochi atti di violenza avvenuti. Per tentare una mediazione, Meloni ha annunciato che presenterà una mozione in Parlamento per il riconoscimento formale dello Stato di Palestina, subordinato però al rilascio di tutti gli ostaggi israeliani e all’esclusione di Hamas da ogni ruolo di governo. Per la prima volta, il governo Meloni sembra in difficoltà sul piano comunicativo e sul proprio posizionamento internazionale, ma considerata la peculiare trasversalità del sostegno a Gaza non è detto che questo si ripercuota direttamente sui dati di apprezzamento verso il Governo.

Anche in Parlamento il rientro non è stato leggero. Come avevamo anticipato, alla Camera si è discussa e approvata la riforma costituzionale per la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Si tratta già della seconda deliberazione della Camera, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione: le riforme costituzionali infatti devono essere approvate due volte da ogni camera e devono passare almeno tre mesi tra le due deliberazioni.
Dopo la prima approvazione del 16 gennaio e il passaggio al Senato il 22 luglio, la riforma è potuta tornare alla Camera per il voto a maggioranza assoluta richiesto dalla Costituzione, con l’urgenza di approvarla il prima possibile. L’urgenza della riforma stava però per infrangersi contro il ritardo dovuto alla campagna elettorale nelle Marche, molto rilevante anche a livello nazionale. Nella serata di martedì 23 settembre, la maggioranza ha votato per tenere una cosiddetta seduta fiume, ovvero per continuare i lavori a oltranza. Ciò ha permesso di fissare un orario preciso per il voto finale, giovedì 25 alle 12: in questo modo i deputati di maggioranza erano liberi di andare a chiudere la campagna elettorale il mercoledì e rientrare per il voto, senza temere che le opposizioni, rinunciando ai loro interventi, procedessero al voto in loro assenza. Senza la maggioranza assoluta richiesta, la riforma sarebbe stata infatti bocciata.
Questo ulteriore escamotage regolamentare ha come risultato (oltre a un piccolo parapiglia tra parlamentari dopo il voto) una riforma costituzionale che non è mai stata propriamente discussa dal Parlamento, ma su cui potrà essere richiesto il referendum confermativo, non avendo raggiunto in questo ultimo voto la maggioranza dei due terzi dell’Aula. L’idea del Governo è sempre stata quella di riuscire a tenere il referendum entro la primavera e per questo il voto finale al Senato verrà calendarizzato non appena possibile, ovvero a fine ottobre. Torneremo necessariamente a parlarne.

Vi ricordate il salario minimo? Se non siete proprio dei patiti di beghe politiche è ben probabile che abbiate qualche vago ricordo e nulla di più. E fate bene: la proposta di legge sul salario minimo era stata infatti approvata dalla Camera nel lontano dicembre 2023. Ma è tornata inaspettatamente fuori, per quanto con un risultato non all’altezza del nome.
La proposta per l’introduzione di un salario minimo era stata presentata dal leader del M5S Conte ed era stata calendarizzata come proposta in quota alle opposizioni. La maggioranza, da sempre contraria, si era quindi trovata obbligata a discutere la proposta, senza però volerla platealmente respingere.
Con l’aiuto del CNEL guidato da Brunetta si era arrivati a una : il testo era stato completamente riscritto, trasformando la proposta in una delega al Governo. Per acquietare le acque, della nuova proposta si erano poi perse le tracce in Commissione Affari Sociali al Senato, fino allo scorso martedì 23 settembre, quando il Senato ha finalmente approvato in via definitiva il testo.
Il testo approvato prevede che il Governo abbia sei mesi per approvare dei decreti legislativi con l’obiettivo di assicurare trattamenti retributivi «giusti ed equi» e contrastare il lavoro sottopagato e per aumentare i controlli sui salari. Per ora quindi, nonostante una legge approvata, nulla di concreto e bisognerà vedere come il Governo deciderà di intervenire alla fine. Ma alla fine, della proposta iniziale non è rimasto nemmeno il nome.

La prossima volta che un collega si dilungherà in una riunione, pensate che alla Camera c’è chi parla di interventi di solo mezz’ora.
ROBERTO GIACHETTI (Italia Viva): …ma che non sia la risoluzione di tutti i mali e che voi, di tutti gli altri mali, non solo non ve ne stiate occupando, ma, se è possibile, li state aumentando, perché, ogni giorno, vi inventate un nuovo reato, vi inventate un aumento di pene e via dicendo.
Faccio fatica, signor Ministro…
PRESIDENTE: Ha venti secondi, collega.
ROBERTO GIACHETTI (Italia Viva): E allora la mia fatica è finita.
PRESIDENTE: Appena mezz'ora ha parlato…
ROBERTO GIACHETTI (Italia Viva): Appena mezz'ora, esatto.
Insomma tutto il mondo politico è tornato a pieno regime e le situazioni in divenire sono molte e complesse. Il governo ha i propri grattacapi e anche sul Parlamento incombe già l’ombra del bilancio, che da fine ottobre come di consueto monopolizzerà i lavori. Sembra che manchi un sacco di tempo, ma si fa presto. Noi comunque restiamo attenti e non ci facciamo sfuggire null’altro passi per i corridoi dei nostri amati palazzi romani.
Ci siete mancati, siamo contenti di riprendere e ci risentiamo tra due martedì: tutto come sempre! A presto!
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Nel frattempo, in Parlamento
Alla Camera: Manlio Messina lascia Fratelli d’Italia per il gruppo Misto; Mario Perantoni (M5S) subentra a Emiliano Fenu (M5S), dimessosi per l’elezione a sindaco di Nuoro; Pino Bicchielli passa da Noi Moderati a Forza Italia.
Approvati alla Camera il documento VIII/5, conto consuntivo per il 2024, e il documento VIII/6, bilancio per il 2025.
Approvati al Senato il documento IV/6, per il sequestro dei dati telefonici per Lotito, il documento VI-bis/2, di diniego all’autorizzazione a procedere contro l’ex-ministro Sangiuliano, il documento IV-ter/10, di insindacabilità per Gasparri, il documento IV-ter/11, di insindacabilità per Corrado, il documento IV-ter/12, di insindacabilità per Renzi, il documento XVI/5 e il documento XVI/7, per promuovere due conflitti d’attribuzione tra poteri dello Stato, e il documento XXIV/32, sul contenuto del DPB 2025.
Pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale i regolamenti della Camera su Amministrazione e contabilità e sugli Obblighi di pubblicità e trasparenza.
Pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale gli statuti dei partiti Lega per Salvini Premier e Partito Popolare del Nord - Autonomia e Libertà.
Pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale la legge 106/2025, sui benefici per i lavoratori affetti da malattie oncologiche, la legge 107/2025, di ratifica della Convenzione sull’Organizzazione internazionale per gli ausili alla navigazione marittima, la legge 108/2025, di conversione del DL Fiscale 2025, la legge 109/2025, di conversione del DL Università e ricerca, la legge 113/2025, di conversione del DL Comparti produttivi, la legge 118/2025, di conversione del DL Finanziamenti, la legge 119/2025, di conversione del DL Sport, la legge 120/2025, di proroga alla delega per la riforma fiscale, la legge 121/2025, di proroga alla delega sullo spettacolo, la legge 122/2025, sulla composizione di consigli e giunte regionali, la legge 131/2025, sulle zone montane, la legge 132/2025, di delega sull’intelligenza artificiale, la legge 133/2025, di conversione del DL sul commissariamento dell’AGENAS, e la legge 136/2025, di ratifica di un accordo con il Giappone.
Pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale il decreto-legge 110/2025, per il commissariamento dell’AGENAS, il decreto-legge 116/2025, per la bonifica della Terra dei Fuochi, il decreto-legge 117/2025, sulla giustizia, e il decreto-legge 127/2025, sull’esame di Maturità.
Pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo 112/2025 e il decreto legislativo 114/2025, di attuazione dello statuto del FVG, il decreto legislativo 123/2025, testo unico sulle imposte di registro, e il decreto legislativo 126/2025, di attuazione dello statuto della Sicilia.
Approvati definitivamente il disegno di legge AS1566, rendiconto generale 2024, il disegno di legge AS1567, assestamento di bilancio 2025, e i disegni di legge di ratifica di accordi con Santa Sede, Costa Rica, India e Costa d’Avorio.


